Il portafoglio che ha reso di più non è il migliore: il rendimento corretto per il rischio
4 min di lettura di Opthest
Mettiamone due fianco a fianco. Nello stesso decennio, il portafoglio A ha reso l’8% l’anno, il B il 6%. Domanda facile: quale è meglio? La risposta istintiva — A, ovviamente — è la stessa che fa scegliere male un investitore su due. Perché manca metà dell’informazione: quanto hanno ballato per arrivarci. Se A ti ha fatto attraversare crolli del 40% e notti insonni mentre B scendeva ordinatamente del 12%, “ha reso di più” smette di essere una risposta. Il rendimento da solo è una mezza verità. L’altra metà è il rischio — e c’è un modo per metterli sulla stessa bilancia.
Cosa misura davvero l’indice di Sharpe?
Il rendimento per unità di rischio, niente di più esoterico. Si prende il rendimento del portafoglio, gli si sottrae quello di un’attività priva di rischio (un titolo di Stato a breve: ciò che avresti guadagnato senza rischiare nulla) e si divide il risultato per la volatilità — l’ampiezza media delle oscillazioni. Il numeratore è il premio che il mercato ti ha pagato per aver corso un rischio; il denominatore è quanto rischio hai corso per incassarlo. Un indice di Sharpe di 1 significa, in soldoni, un punto di extra-rendimento per ogni punto di turbolenza. Più alto è, più efficiente è stato lo scambio.
Perché sottrarre il rendimento “senza rischio”?
Perché una parte del guadagno non l’hai meritata: te la regalava il tempo. Se i titoli di Stato rendevano il 3%, un portafoglio che ha fatto il 4% ha aggiunto un misero punto di premio per tutta la sua agitazione — non quattro. Sottrarre il tasso privo di rischio isola la sola cosa che conta valutare: il compenso per il rischio che hai scelto di correre. È la differenza tra chiedersi “quanto ho guadagnato?” e “quanto sono stato pagato per il disturbo?”. Solo la seconda domanda dice qualcosa sulla qualità della scelta.
Allora un numero alto è sempre meglio?
Quasi, ma con due insidie che è onesto nominare. La prima: lo Sharpe usa la volatilità come sinonimo di rischio, e tratta allo stesso modo le oscillazioni verso l’alto e verso il basso. Un portafoglio che ogni tanto esplode al rialzo viene punito per quella stessa irrequietezza che lo ha fatto guadagnare — il che non sempre ha senso. La seconda, più seria: la volatilità misurata sui dati normali sottostima i disastri. I mercati hanno code grasse — crolli rari ma violenti che una misura “liscia” non vede arrivare — e proprio per questo lo Sharpe può sembrare rassicurante fino al giorno prima dello schianto. È un ottimo righello finché si misurano stoffe regolari; meno affidabile sui salti improvvisi.
Su quale periodo lo sto leggendo?
Domanda decisiva, e quasi sempre dimenticata. L’indice di Sharpe non è una costante incisa nel portafoglio: è una fotografia di un periodo specifico. Calcolato su un mercato toro sembra splendido; ricalcolato includendo l’anno del crollo si sgonfia. Cambiano anche le convenzioni — di norma si “annualizza” partendo da dati mensili o giornalieri, e un metodo diverso sposta il numero. Per questo uno Sharpe ha senso solo se sai su quale finestra è stato misurato e lo confronti con un altro calcolato allo stesso modo. È la stessa cautela del backtest: un numero senza il suo intervallo di tempo è un aneddoto travestito da metrica.
E allora come lo uso davvero?
Come un paragone, mai come un bersaglio. Lo Sharpe non ti dice quale portafoglio comprare: ti dice quale dei due ha pagato meglio il rischio in quel passato, livellando il campo da gioco così che A e B siano confrontabili davvero. Non a caso è il cuore della frontiera efficiente: il portafoglio “tangente”, quello che massimizza il rendimento per unità di rischio, è esattamente lo Sharpe più alto possibile date le ipotesi. Ma resta una bussola, non una mappa: indica una direzione efficiente, non garantisce nulla sul futuro, e non sostituisce la domanda che conta — quanto rischio sei disposto a sopportare. Quella resta tua.
Il rendimento ti dice quanto sei arrivato lontano. Lo Sharpe ti dice quanto è stata accidentata la strada per arrivarci. Giudicare un portafoglio solo dal primo è come scegliere un volo guardando l’orario di arrivo e ignorando le turbolenze.